Naturalmente mi venne a parlare,e intanto si stropicciava,magro e corto,con l’asciugamano.Cercai al largose vedevo la testa di Doro.
— Come mai solo?— dissi.
Non rispose— era tutto preso dallo sforzo —e quand’ebbe finitosi sedette a pochi passi da me,rivolto al mare.Io mi girai di fiancoper tener d’occhio la montagnabrulicante d’oro.Berti cercò,con la punta delle dita,in un fagottino,ne trasse una sigarettae se l’accese.Poi si scusòche ne aveva una sola.
Mi stupiiche fosse tanto mattiniero.Berti fece un gesto vagoe mi chiesese aspettavo qualcuno.Gli dissi che al marenon si aspetta nessuno.Allora Berti si distese bocconicon un guizzo e,appoggiato sui gomiti,fumò guardandomi.
Mi disse che l’aria di fierache la spiaggia prendeva al sole,lo disgustava.Bambini,ombrelloni,balie,famiglie.Se fosse stato lui
— Fra poco viene il sole,— disse,torcendosi a guardare la montagna.
Tacemmo per un po’,nel silenzio appena frusciante.
— Si ferma molto?— mi chiese.Gli dissi che non sapevo,e guardai un’altra volta al largo.Un punto nero s’intravedeva.Berti guardò anche luie mi disse:— È il suo amico.Era sulla boaquando sono arrivato.Come nuota.Lei nuota?
Dopo un pocobuttò la sigarettae si alzò.— Oggi è in casa?— disse.— Ho da parlarle.
— Mi puoi parlare anche adesso,— dissi,levando gli occhi.
— Ma lei aspetta gente.
Gli dissi di non fare lo scemo.Che cos’erano?lezioni?
Allora Berti tornò a sedersie si guardò le ginocchia.Cominciò a parlarecome un interrogato,ogni tanto incantandosi.Disse in sostanzache si annoiava,che non aveva compagniae che sarebbe stato molto molto contentodi discorrere con me,di leggere insieme qualche libro— no,non lezioni —ma di leggerecome avevo fatto qualche volta a scuola,spiegando e discutendo,insegnandogli molte coseche sapeva di non sapere.
Se ne andòche la testa di Doroera quasi a riva.Si alzò bruscamentee mi disse «arrivederci».Tra le cabine cominciavano a passeggiarealtri bagnanti,e mi parve che corressedietro a una gonnellache scantonò fra le cabine.Ma ecco che Doro usciva dall’acqua,chino come a una scalata,liscio e gocciolante,col capo lucido sotto la cuffiache lo rendeva tutto atletico.Si fermò barcollando davanti a mee trafelava;sotto lo sterno e le costoleaveva ancora i sussulti del nuoto.Irresistibilmente pensai a Guido,a quel discorso della sera prima,e mi sfuggà un sorriso vago.Doro,strappandosi la cuffia,brontolò:— Che c’è?
— Niente,— risposi.— Pensavo a quel bel tipo di Guidoche sta ingrassando.Vale la pena di non sposarsi!
— Se tutte le mattinefacesse una nuotata di un’ora,
diventerebbe un altro,— disse Doro,e cadde in ginocchio sulla sabbia.
Stavolta mi offrà una sigaretta,e cominciò subito a parlare.Io accesi la pipasenza rispondere.Lo lasciai direquello che volle.Mi raccontò che per motivi di famigliaaveva dovuto smettere di studiare,però non s’era ancora impiegato —e adesso che aveva smesso,vedendomi aveva capitoche studiare non da scolaroma per conto proprio,per gusto,era una cosa intelligente.Disse che m’invidiavae che da un pezzo s’era accortoche io non ero soltanto un professorema un uomo simpatico.Aveva molte cose da discutere con me.
Di nuovo sorrise,in un modo che avevaqualcosa di femminilee insieme sdegnoso.Sono le donneche rispondono cosÃ.Gliel’ha insegnato qualche donna,pensai.
Berti m’accompagnòper un tratto di strada —quel giorno facevo una gitacon gli amici di Clelia —e mi disse ancorache capiva benech’io ero venuto al mareper riposarmie non pretendeva di costringermia tenergli delle lezioni,ma almeno,sperava,avrei tollerato la sua compagniae avrei qualche voltachiacchierato con lui sulla spiaggia.Stavolta glielo feci ioil sorriso donnesco e,lasciandolo in mezzo alla strada,gli dissi:— Volentieri,se sarai proprio solo.
certa Mara,parente di Guido,per raccogliere delle morescivolò da uno strapiomboe si fiaccò una spalla.Eravamo saliti,per la solita strada della montagna,oltre il locale della notte,oltre le ultime villette sperdute,in mezzo ai pinie alle rupi rosse,fin sul pianorodove avevo spiato quel mattinobalenare il primo sole.Trasportata la poveretta sulla strada,si capà subitoche risalire tutti in macchinanon si poteva.Guido,preoccupatissimo,volle distendere Marache gemeva,sui cuscini.Restava posto per Cleliae due altreche guardarono divertiteme e Doro,e finà che tornammo a piedinoi due.Dopo un duecento passiscorgemmo sedutasu un mucchio di ghiaiala seconda delle ragazze.
Doro finà in fretta il discorso:— Vivere sempre in mezzo a donne,ecco cos’è.
Quell’altra l’avevano fatta scendereper dare spazio a Mara,che si era davvero rotta la spallatanto si lamentava.Era toccato a leiperch’era l’unica ragazzadella comitiva.— Noialtre non siamo donne,— ci disse imbronciata.— Mara quest’annoha finito di divertirsi.La riportano a Genova — .Ci guardò,camminando,di sfuggita.Doro le fece un sorrisettod’accoglienza.Parlarono un poco di Marae discussero come avrebbe presola cosa il marito,quell’uomo cosà energicoche scappava dai suoi uffici di Sestrisoltanto la domenica.— Sarà contentoche la frattura sia toccataa sua moglie,— disse Doro.— Finalmente passerà un’estatecon lui.
La ragazza —si chiamava Ginetta —fece una risata astiosa.— Lei crede?— dissepiantandogli in facciagli occhi grigi.— Io so che gli uominici hanno gustoquando la moglie è lontana.Sono egoisti — .Doro si mise a ridere.— Quanta sapienza,Ginetta.Scommetto che Marain questo momento non ci pensa — .Poi guardò me.— Ci vogliono i ragazzio gli scapoliper dir queste cose.
— Io non dico niente,— brontolai.
Quella Ginettaera una bella figliola,che camminava con impetoe aveva il vezzodi scuotere all’indietro i capellicome fossero una criniera.Stava per dire,quando Doro la prevenne.
— Verrà quest’anno Umberto?
— Gli scapoli sono ipocriti,— replicò lei.— Non so,— rispose poi.
— Tu godi tutti gli svantaggi,Ginetta.Sposi uno scapoloche già ti lascia sola.Che cosa ti farà ancora?
— Di solito un maritoè stato prima uno scapolo,— osservai pacatamente.— Bisogna pur cominciare.
Ma Ginetta parlava di Umberto.Ci raccontò che scrivevache di notte le iene urlavanoda far pensare a quei bambiniche non vogliono dormire.Cara Ginetta,le diceva,se i nostri figlifaranno tanto baccanoandrò a dormire all’albergo.Poi le dicevache la gran differenza del desertodai paesi civili,era che laggiú non si chiudeva occhioper il fracasso.— Che stupido,— rideva Ginetta.— Noi scherziamo sempre.
Le svolte della stradafra i pini,dove si affacciava il mare,mescolavano per mealle volubili parole di Ginettaun umore saporoso,una leggera vertigine.Pareva che il mare,giú in fondo,ci attirasse.Anche Doro camminava piú sciolto.Tra poco era sera.
— Povera Mara,— disse Ginetta.— Quando potrà nuotare?
Quella sera trovammo desertol’ombrellone,e già spopolata la spiaggia.Entrammo in acquaio e Ginetta,e nuotammo a fianco a fiancocome in gara,non osando staccarcinel silenzio del mare vuoto.Ritornammo senza dire parola,e vedevo tra le bracciatel’alta costa dei pinidonde eravamo scesi poco prima.Toccammo fondo;Ginetta uscà luccicantecome un pescee se ne andò alla cabina.Doro finiva di fumarela sigaretta che aveva accesoaspettandomi.
Sentenziai allorache tutte le ragazze si somigliano,e che bisogna vederle donneper giudicarle.
Clelia alzò le spalle.— Chi sa come mi giudica,— brontolò.
— Manco di qualche elemento,— dissi.— Soltanto Doropotrebbe giudicarla.
Doro prese inaspettatamentea scherzaree disse che un uomo innamoratoha perso il lume degli occhie il suo giudizio non conta.Parlò che sembrava Guido.Lo adocchiai stupefatto.Il bello erache Clelia non ci badavae alzò di nuovo le spallebrontolando che eravamotutti gli stessi.
— Che succede?— esclamai ridendo.
Niente succedeva,e Clelia con voce piccinacominciò a lagnarsiche si sentiva un vecchio ruderee che a pensarealla sua giovinezza,anzi all’infanzia,quand’era scolarae quand’era andata al primo balloe quando aveva messola prima volta le calze lunghe,le venivano i brividi.Doro ascoltò sovrapensiero,sorridendo appena.— Ero una bambinatroppo giudiziosa,— diceva Clelia desolata.— Pensavo che l’indomanise papà fosse diventato poveroall’improvvisoe si fosse incendiata la cucina,non avremmo piú avuto da mangiare.Mi ero fatto nel giardinoun ripostiglio di nocie di fichi secchi,e aspettavo che diventassimo poveriper offrire a papà le mie provviste.Avrei detto al papà e alla mamma:«Non disperatevi.Clelia pensa a tutto.L’avete castigata,ma lei adesso vi perdonae non fatelo piú».Com’ero scema.
Chiacchierammo a lungoquella notte,e poi andammo a vedere il maresotto le stelle.La notte era cosà chiarache s’intravedeva il biancoredel frangentesotto la ringhiera del Passeggio.Io dissi che insommaa tutta quell’acquanon ci credevoe che il mare aveva l’effettodi farmi viveresotto una campana di vetro.Descrissi il mio ulivocome una vegetazione lunare,anche quando non c’era la luna.Clelia,volgendosi tra me e Doro,esclamò:— Com’è bello!Andiamo a vederlo.
Ma traversando la piazzettaincontrammo certe conoscenze,e ci toccò raccontare di Mara,e di parola in parolaClelia si
dimenticò dell’ulivoe tornarono tutti alla villaper giocare alle carte.Un poco indispettitoli lasciai dicendoch’ero stanco.
In fondo alla piazzettaraggiunsi Bertiche non fece a tempoa ricacciarsi nel buio.Io tirai dritto,e fu Bertiche mi rivolse la parola.
— Cos’è questo pedinamento?— dissi allora.
L’avevo intravisto un’ora primasotto alla villa,e aveva sempre ronzatosul Passeggio,a qualche distanza da noi.La giacchetta biancasulla canottieraspiccava troppo.Lui mi disse —reso ardito dal buio —che aveva sentitodi una disgrazia alla pinetae aveva voluto sincerarsi.
Naturellement, il vint me parler,tout en se frictionnant,mince et petit,avec sa serviette.Je scrutai le largepour voir si j’apercevais la tête de Doro.
— Comment se fait-il que vous soyez seul ?dis-je.
Mais en traversant la petite place,nous rencontrâmes certaines connaissances,et il nous fallut raconter l’histoire de Mara,et de fil en aiguille,Clelia