Avevo temuto venendo al maredi dover trascorrere giornateformicolanti di sconosciuti,e serrar manie ringraziaree intavolare conversazionicon un lavoro da Sisifo.Invece,salvo le inevitabili serate in crocchio,Clelia e Doro vivevanocon una certa calma.Per esempio,ogni sera cenavo alla villa,e gli amici giungevanosoltanto col buio.Il nostro terzettonon mancava di cordialitĂ ,e per quanto tutti e trenascondessimo dietro la frontepensieri inquieti,discorrevamo di molte cosecol cuore in mano.
Raccontai la storiellaa Clelia e Doro,e descrissi la visitache Berti mi feceil mattino dopoin cima alla scalatendendomi la manoe dicendo:— Visto che ora sa dove abito,è meglio essere amici.
— Vedrai che quelloti chiede anche la stanza, —disse Doro.
Doro sorrise senza parlare.— Doro non ci crede, —dissi, —ma anche lui,quando fa il brusco,è quando ha voglia di piangere.
La cameriera che ci cambiava i piatti,si fermò ad ascoltare.Divenne rossa,e si affrettò.Ripresi:— Fin da ragazzo era cosĂ.Me lo ricordo.Era di quelliche si offendonose gli chiedi come stanno.
— Sarebbe facile,se fosse vero,capire la gente, —disse Clelia.
Questi discorsi cessavanoquando dopo cenavenivano gli altri.C’era il solito Guido,che se lasciava l’automobileera soltanto per giocare a carte,c’era qualche signora,delle ragazze,mariti saltuari —il crocchio genovese,insomma.Non era per me una novità che piú di tre personefanno folla,e nulla si può dire allorache valga la pena.Quasi preferivo le nottiche si prendeva l’automobilee si correva la costain cerca di fresco.Succedeva che su qualche belvedere,mentre tutti ballavano,io potevo a volte scambiarequattro chiacchiere con Doroo con Clelia,o dire convinte sciocchezzea qualcuna delle signore.Bastava allora un bicchierinoe la brezza del mare,per rimettermi in sesto.
Ma non si era mai soli.Tutta la spiaggia brulicavae vociava —per questo Cleliaalla sabbia di tuttipreferiva gli scogli,la pietra dura e sdrucciolevole.Nei momenti che si rialzava,scuotendo i capelliintontita e ridente,ci chiedeva di che cosaavevamo parlato,guardava chi c’era.C’erano amiche,c’era Guido,c’era tutta la compagnia.Qualcuno usciva allora dall’acqua.Qualche altro c’entrava guardingo.Guido col suo accappatoiodi spugna biancaarrivava con sempre nuove conoscenzeche ai piedi dell’ombrellone congedava.E poi saliva sullo scoglioe canzonava Clelia,e non entrava mai in mare.
L’ora piú bellaera il mezzodà passatoo il tramonto,quando il tepore o il coloredell’acqua inducevano i piú restiia bagnarsio a passeggiare per la spaggia,e si restava quasi soli,tutt’al piú con quel Guidoche discorreva amabilmente.Doro che aveva la malinconiadi distrarsi coi pennelli,piazzava a volte un cavallettosullo scoglioe dipingeva barche,ombrelloni,chiazze di colore,contento di guardarci dall’altoe ascoltare le nostre ciance.A volte qualcuno del gruppoarrivava in barca,e accostava con cautelae ci chiamava.Nei silenzi che seguivano,ascoltavamo lo sciaguattaredel fiotto tra i sassi.
L’amico Guido diceva sempreche quello sciaguattioera il vizio di Clelia,il suo segreto,la sua infedeltà a tutti noi.— Non mi pare, —disse Clelia, —lo ascolto nudae stesa al sole,e chi vuole ci vede.— Chi lo sa, —disse Guido.— Chi sa i discorsiche una donna come leisi fa fare dalla maretta.Immagino quello che vi dite prima,quando siete abbracciati.
Una sera che s’era scherzatosu questoe camminavamo con Doroverso il caffè degli aperitivi,l’amico Guido osservò,col suo tono sornione,che nessuno avrebbe dettoche sotto la scorza durae dinamica dell’uomo di mondosonnecchiava in Dorol’anima dell’artista.— Sonnecchia sĂ, —rispose Doro,spensierato e contento.— Che cosa non sonnecchiasotto la scorza di noialtri.Bisognerebbe avere il coraggiodi svegliarsie trovare se stessi.O almeno parlarne.Si parla troppo pocoa questo mondo.
— Butta fuori, —gli dissi.— Che cosa hai scoperto?
— Niente ho scoperto.Ma ti ricordiquante parole si facevanoda ragazzi.Si parlava cosà per dire.Sapevamo benissimoch’eran solo discorsi,eppure il gustoce lo siamo cavato.
— Doro, Doro, —gli dissi, —diventi vecchio.Queste cose lasciale farea quei figlioli che non hai.
Allora Guido s’era messo a ridere,un ridere cordialeche gl’impicciolà gli occhi.Teneva a Doro la manointorno alla spalla,e ridendo si sosteneva.Noi guardavamo incredulila sua testa semicalvae gli occhi duridi bell’uomo in vacanza.
— Qualcosa sonnecchia anche in Guido, —disse Doro.— Ride alle voltecome uno scemo.
Osservai piú tardiche Guido rideva a quel modosoltanto tra uomini.Quella sera,deposti Doro e Cleliaal cancello della villa,lasciammo la macchina all’albergoe facemmo insieme quattro passi.Costeggiavamo il mare.Parlammo dei nostri amici,quasi senza volerlo.Guido spiegò il viaggio di Doroe il suo ritorno inaspettatotirando in ballo l’artista inquieto.Curioso come Doro fosse riuscitoa convincerli tuttidella serietà di quel suo gioco.Si parlava persino,nel crocchio quotidiano,dell’opportunità d’indurlo a esporree a farsi dell’artequel che si dice una professione.— Ma certo,glielo dico sempre anch’io, —interloquiva Clelia volubile.
C’era di male che,come tutti gli artisti,Doro non contentava la moglie.— Sarebbe a dire? —Era a dire che il lavorocerebrale e nervosoindeboliva la potenza virile,ragione per cuia ogni pittore toccano periodidi depressione tremenda.
— Non agli scultori?
— A tutti quanti, —brontolò Guido, —a tutti i mattiche si sforzano il cervelloe che non sanno quand’è tempodi smettere.
Eravamo fermi davanti all’albergo.Gli chiesi che vita bisognavadunque condurre secondo lui.— Vita sana, —disse.— Lavorare ma senza foga.Svagarsi,nutrirsi e discorrere.Soprattutto svagarsi.
Mi stava davantidondolandosi sui piedi,con le mani dietro la schiena.La camicia aperta a risvoltisul petto gli dava un’aria sornionadi adolescente che la sa lunga,di quarantenne rimasto adolescenteper scioperataggine.— Bisogna capire la vita, —disse ancora,strizzando l’occhiocon un’espressione di disagio.— Capirla quando si è giovani.