— Come vedi,sono vivo, —gli dissi.— C’era bisognodi venirmi dietrotutta la sera?
Mi chiesese andavo a dormire.Ci soffermammosotto l’ulivo,ch’era una macchia neranel buio.— Dicevanoche una signora s’è uccisa, —disse Berti.
— T’interessianche alle signore?
Berti guardavala mia finestra,col mento in su.Si volse vivacementee disseche una disgraziapuò decidereun villeggiante a partirsene,e lui aveva pensatoche ioo i miei amicisaremmo partiti.
— È sua parente? —mi chiese.
Capii quella serache, quando dicevai miei amici,intendeva Clelia e Doro.Mi chiese ancorase Maraera loro parente.L’assurdo sospettoche s’interessasseai trent’anni di Marami fece sorridere.Gli chiesise la conosceva.
— No, —disse lui.— CosÃ.
Gli diedi appuntamentoper l’indomanialla spiaggia,scherzandosulla sua trovatadi leggere in compagnia.— Se credidi farti presentare ragazze,ti sbagli.Mi pareche sai fare da solo.
Quella notte fumaiseduto alla finestra,ripensandoalle confidenze di Clelia,indispettito all’ideache mai Ginettame ne avrebbe fattedi simili.Mi prendevano malinconieche conoscevo.Si aggiunse il ricordodella conversazione con Guido,che finà di avvilirmi.Per fortunaero al mare,dove i giorninon contano.«Sono quiper svagarmi»,pensai.
L’indomani eravamo sedutiin cima allo scoglioio e Doro,e sotto di noiClelia si stava distendendosupina,coprendosi gli occhi.L’ombrellone sulla sabbiaera deserto.Riparlammo di Marae concludemmoche una spiaggiaè fatta di donne,e tutt’al piúdi bambini.Manca un uomoe nessuno ci bada;manca una Mara qualunque,e un crocchiosi sfascia.— Guarda, —diceva Doro,— questi ombrellisono tante case:ci fanno la calza,mangiano,si cambiano,vanno in visita;quei pochi maritistanno al soledove li ha messila moglie.È una repubblicadi donne.
— Si potrebbe dedurneche la società l’hanno inventata loro.
In quel momentoapprodò un nuotatoresotto gli scogli.Levò la testadall’acqua,aggrappandosi.Era Berti.
Non dissi nullae lo adocchiavo.Forse non mi vedevalassú dov’ero— io quando escodall’acquanon ci vedoa due passi —e se ne stetteappoggiato al sasso,ballonzando sul fiotto.All’altezzadella sua fronte,a pochi palmi,era distesa Celia,riversa e immobile.A Berti grondavanoi capelli sugli occhi,e per tenersifaceva con le maniquei gesti tentacolariche sanno ancoradi nuotoe d’instabilità .Poi si staccòd’improvvisoe nuotò sul dorso,e tornòaggirando una rocciasommersanel puntodove la sabbiasi faceva scoglio.Di là mi vociò qualcosa.Lo salutaicon un cennoe mi rimisi a parlarecon Doro.
Piú tardi,quando Celia si riscossedalla sua beatitudinee vennerole altre ragazzee certi conoscenti,io girai gli occhisulla spiaggiae vidi Bertiin pieditra le cabinecon un giornale in mano,che leggeva.Non erala prima volta.Ma, quel mattino,era chiaroche aspettava.Gli feci segnodi avvicinarsi.Insistetti.Berti si mosse,piegando il giornalesenza guardarci.Ai piedidelle pietresi fermò.Dissi a Doro:— Quello è il mio tipointraprendenteche dicevo — .Doro guardòe sorrise,poi si volsealla sua cassetta.Allora mi toccòscenderee accostato Bertidirgli qualcosa.
Presentare un giovanottoin mutandine nerea ragazzeche vanno e vengonoin costumee a signoriin accappatoio,è una cosadi poca conseguenzae insomma scusabile.Ma la faccia gravee seccata di Bertim’irritò:mi sentivo ridicolo.Brontolai bruscamente:— Qui tuttici conosciamo, —e passandoci accantoGinettache scendeva in acqua,le dissi:— Mi aspetti.
Quando tornai a riva— Ginetta restava in acquaper piú di un’ora —me lo rividiseduto sulla sabbia,tra il nostro ombrellonee il successivo,e si abbracciavale ginocchia.
Ce lo lasciai.Preferivo discorrereun poco con Clelia.Clelia uscivain quel momentodalla cabinainfilandosi un bolerobiancosul costume.Le andai incontroe ci salutammoper scherzo.Ci allontanammoa poco a poco,parlando,e quando Bertifu scomparsodietro l’ombrellomi sentii meglio.Facevamo la solitapasseggiata della spiaggia,tra la schiumettae i crocchi distesie rumorosi.
— Ho fatto il bagnocon Ginetta, —dissi.— Lei non lo fa?
Fin dal primo giornoavevo accennatoper cortesiaa scendere in acquacon lei,ma Cleliasi era fermataguardandomi,con un sorriso ambiguo.— No, no, —aveva detto.Io, sorpreso,l’avevo guardata.— No, no,vado in acquada sola — .Non c’era stato verso.Mi aveva spiegatoche lei tutto facevain pubblico,ma col marese la vedeva da sola.— Ma è strano.— È strano,ma è cosà — .Nuotava benee non eraper imbarazzo.Era una sua decisione.— La compagnia del maremi basta.Non voglio nessuno.Nella vitanon ho niente di mio.Mi lasci almenoil mare — .Si allontanò nuotandosenza muovere l’acqua,e al suo ritornol’aspettavo sulla sabbia.Tornai sul discorso,e Cleliaalle mie protesteaveva rispostocon un mezzo sorriso.— Neanche con Doro? —chiesi.— Neanche con Doro.
Passeggiammo cosÃfino in fondoalla spiaggia,e ci fermammoa fumaresulla scogliera.Poi tornavamoindolenziti dal solee posavo gli occhisenz’interessequa e là ,quando intravidipresso il nostro ombrelloneBerti che si allontanava— la schiena nera,i calzoncini —parlandocon aria agitataa una piccola donnain vestaglia fiorita,bizzarra,con alti sandalie guance lustre,incipriate.Clelia in quel momentogridò qualcosa a Doro,levando il braccio,e i due si volsero— in fretta Berti,che scappònon appena ci vide;disinvolta e beffardala donnetta,che poi arrancòdietro a Berti,chiamandolo a nome.
— Quella gheisache t’inseguiva, —gli dissiquando venne a cercarmiin trattoria,— era per casola signorache ti sei portatoin casa quel giorno?
Berti mi guardava fisso,come si faquando si fingedi pensare a qualcosa.— Non è colpa mia, —disse a un tratto,— se l’ho incontrata.Chieda scusa per meai suoi amici.
Allora cambiai discorsoe gli chiesise i suoi sapevanodi quelle imprese.Lui col solito sorrisovagodisse adagioche quella donnavaleva piúdi molte ragazzedi famiglia,come del restotutte le donnecome leiche se facevanouna vita difficileera a vantaggiodi quelle oneste.
— Cioè?
— SÃ.Gli uomini sono tuttid’accordoper frequentarele prostitute,e là si sfoganoe non dà nno piú noiaalle altre.Dunque le rispettino.
— Io? —balbettò Berti.Era un’altra cosa,mi spiegò:lui delle donnesentiva ribrezzoe gli faceva rabbiache tutti vivesserosolo per quello.Le donne erano stupidee smorfiose:l’infatuazione degli uominile rendeva necessarie;bastava mettersid’accordoe non cercarle piú,per togliere a tuttela superbia.
— Berti, Berti, —gli dissi.— Anche ipocrita.
Mi spiegò che,siccome ero in compagnia,gli dispiacevache l’avessimo vistocon quella donna.— Ci sono persone, —disse,— davanti a cuici si vergognadi essere ridicoli.— Chi per esempio? —Tacque un attimo.— I suoi amici, —balbettò noncurante.
Mi lasciòin fondo alla scala,e si allontanòsotto il sole.Siccome in quelle orebruciateDoro riposava,io che a dormiredi giorno non riesco,avevo fintodi rientraresoltanto per liberarmidi Berti.E adesso cominciavail tedio quotidianodelle ore calde e vuote.Gironzolai per il paese,come sempre,ma non c’eranopiú angoliche non conoscessi.Presi allorala strada della villa,curioso di parlarecon Clelia.Ma era disperatamentepresto,e molto rimuginaiseduto su un muricciolodietro a certe pianteche si stagliavanosul mare.Tra l’altro pensaiper la prima volta,che qualcuno,non conoscendo bene Clelia,avrebbe dettovedendoci passeggiaree ridere insieme,che tra noi duec’era di piúche una conoscenzacordiale.
M’impazientii.— Via, Clelia,non vorrà farmi credereche un pochinonon abbiate litigato.Si ricordaquella serache lei mi supplicavadi tenergli compagniae di distrarlo...
Clelia mi ascoltòsemiimbronciatae faceva segnidi diniego col capo.— Non ho mai dettonulla, —brontolò.— Non ricordo — .Sorrise.— Non voglioricordarmene.E lei non facciail villano.
— Diamine, —dissi.— Il primo giornoch’ero qui.Tornavamoda quel viaggiodove ci hanno sparato...
— Che bellezza, —esclamò Clelia.— E quell’uomo biancoche facevale capriole?
Dovetti sorridere,e Clelia disse:— Tutti mi prendetein parola.Tutti vi ricordatele cose che dico.E interrogate,volete sapere — .S’imbronciò di nuovo.— Mi sembradi essere tornataa scuola.
Clelia si fecepensierosae disse chese non fosse stataquella che era— una bambina viziatache non sapevafar nulla —avrebbe dipinto leiil mareche le piaceva tantoe che era cosa sua;e non solo il mare,ma le case,la gente,le scalette ripide,tutta Genova.— Tanto mi piace, —disse.
— Forse è per questoche Doro è scappato.Per la stessa ragione.A lui piaccionole colline.
— Può darsi.Ma lui diceche il suo paeseè bellosoltanto a ripensarci.Io non sarei capace.Non ho altrodi mio.
Seduti cosÃdi fronte— in mezzo,il tavolinetto —aspettammo Doro.Clelia ripresea raccontarmidi quand’era ragazzae scherzò moltosulle ingenuità di quella vita,sul chiuso ambientedi vecchioniche volevano faredi lei una contessae se la palleggiavanonell’ambitodi tre case— una bottega,un palazzoe una villa —e quello chea lei piacevaera il triangolodelle stradeche le congiungevanoattraversandotutta quanta la città .Il palazzo dello zioera un vecchio palazzocon affreschi e broccati,invetriatocome un museo,che visto dalla stradafaceva campo sul mare,e aveva grandi finestreimpiombate.Da bambina,diceva Clelia,era un incuboentrare in quell’andronee trascorrereil pomeriggionella penombra lugubredelle salette.Di là dal tettoc’era il mare,c’era l’aria,c’era la stradamovimentata;a lei toccavaaspettareche la mamma finissedi susurrarecon la vecchia;e senza posa,martoriata dalla noia,levava gli occhiai quadri bui,dove lampeggiavanodei baffi,dei cappelli cardinalizi,delle guance scoloritedi pupattole senz’età .
— Vede come sono scema, —diceva Clelia,— allora che il palazzoera quasi nostronon potevo soffrirlo;adesso che siamo poverie spiantati,darei per riaverlo.
Allora Clelia disseche in quegli anniera tutta impastatadi paura.I primi pensierid’amoreli aveva fattidavanti a un quadrodi san Sebastianomartire,un giovane nudo,tutto coagulatodi sanguee scrostato,con le frecce piantatenel ventre.Gli occhi tristie innamoratidi quel santola facevano vergognaredi guardarlo,e per lei l’amorevoleva direquella scena.